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I polmoni e l’asma

Lo scambio continuo con la vita

Il simbolismo dei polmoni è intimamente collegato alla loro funzione: il respiro. Quando si nasce è il primo respiro – e non l’uscita dal grembo – a sancire la “vera” entrata nel mondo: fin da subito, dunque, polmone e respiro sono sinonimo di vita. Prima della nascita siamo immersi nel mondo acquatico, l’amnios della placenta, in cui non dobbiamo fare alcuno sforzo per vivere perché ossigeno e nutrimento arrivano senza interruzione dal cordone ombelicale collegato al corpo della mamma.

La nascita segna il passaggio da questo mondo, comodo ma immerso nell’inconscio, a quello aereo, dove per vivere bisogna respirare: è il prezzo per sviluppare la coscienza. Qui, nella dimensione aerea, avviene l’imprinting fondamentale: inspirazione = vita; espirazione = morte. Entrambe le fasi sono necessarie; iniziano così la compresenza e la ciclicità degli opposti, di cui il respiro è l’emblema centrale. Il polmone “abita” qui, al confine tra i due poli, e li alterna con sapienza donandoci la possibilità di vivere. Il respiro esprime anche l’ampiezza e la libertà del nostro essere: poter respirare a pieni polmoni è segno di uno stato di benessere e indica che godiamo di uno spazio vitale adeguato alle nostre esigenze, mentre fare brevi e contratti respiri indica uno stato di tensione e una dimensione esistenziale in quel momento angusta e compressa.

La dinamica del respiro e le caratteristiche della mucosa respiratoria ci portano al secondo grande simbolo dei polmoni: lo scambio e la relazione continua con il mondo esterno. Su questo punto si stratificano più aspetti:
–la dipendenza continua e totale dall’aria, che può essere vista come una madre a cui siamo attaccati con un cordone ombelicale invisibile ma molto concreto;
–la condivisione della stessa sostanza vitale con gli altri esseri viventi, che ci mette in rapporto biologico e psicologico con la collettività, sia in senso lato (l’umanità e le creature viventi) che in senso specifico: quando si è in una stanza si respira tutti la stessa aria, cioè si condivide la stessa “atmosfera”;
–la relazione intima che si instaura tra due persone legate sentimentalmente, che non può prescindere dal contatto ravvicinato, dal “portare dentro” – cioè dal respirare l’uno il mondo dell’altro.

In tal senso i polmoni rappresentano una pelle “più intima”: il contatto e lo scambio con l’esterno avvengono in profondità, nella cavità toracica, cioè nel luogo simbolo di emozioni e sentimenti. Il respiro è dunque impregnato di una valenza emotivo-affettiva e su di esso si incentrano le espressioni fondamentali della nostra vita interiore: il riso, il pianto, il sospiro, l’ansia, la rabbia, il dolore, l’orgasmo. Nessuno di questi si esprime senza la partecipazione attiva del respiro, che è quindi anche una sorta di “ponte” con l’anima. Tale aspetto è stato percepito fin dall’antichità ed espresso in tutte le religioni: il respiro è il “soffio divino” che dà la vita – come nella Bibbia – ma anche il “tramite”, attraverso tecniche di respirazione particolari, tra noi e la dimensione meditativa e spirituale. Ciò si collega per analogia al simbolismo creativo del polmone/respiro: inspirare è – in associazione con la simbologia del naso – un “intuire” (per esempio, l’ispirazione artistica). Sentirsi ispirati significa dilatare il proprio essere in nuovi spazi che nutrono l’anima. Vivere in una dimensione polmonare vuol dire affrontare la realtà con una spiccata sensibilità per le atmosfere, le sfumature e i toni delle relazioni, con un senso molto intenso del presente e una modalità affettiva del tipo “tutto o niente”, “dentro o fuori”, “tutto e subito” o “niente e mai più”. Inoltre c’è attenzione per il lato spirituale della vita e al contempo il bisogno di vivere in luoghi e situazioni “aperti” e spaziosi. Problemi ai polmoni indicano diverse tematiche:
–conflittualità nel rapporto con la madre e con le dimensioni materno-protettive in genere, presente fin dalla prima infanzia;
–restringimento del proprio spazio vitale in uno o più ambiti che contano;
–avversione per un ambiente, un contesto o una relazione che si è costretti a incontrare da vicino o in modo prolungato;
–angoscia di morte o paure legate al sentirsi soffocare da pressioni o richieste.

L'asma: la paura di perdere la continuità degli affetti.

Il simbolo dell’asma risiede con evidenza nel meccanismo patologico che lo produce. La crisi d’asma inizia con un broncospasmo espiratorio: i bronchi, cioè, cercano di trattenere il più possibile l’aria al loro interno. Ebbene, questo riflette in modo perfetto lo schema psicologico-affettivo dell’asmatico. L’aria, prima ancora del cibo, è la prima forma di nutrimento quando veniamo al mondo, ciò che ci permette di sopravvivere. Come tale essa rappresenta uno dei tanti volti del materno; la mamma come l’aria o l’aria come la madre. Pertanto, ognuno di noi lega al respiro l’idea della sopravvivenza immediata.

Ora, nel caso di chi diventa asmatico da piccolo o durante l’adolescenza, la mamma gioca un ruolo chiave; è una madre che fin da quando il bimbo è nato manifesta il suo amore con ambivalenza: in modo impercettibile – aereo, per così dire – essa fa subito capire al bimbo che ci sono regole da lei stabilite che lui non deve oltrepassare, perché se questo dovesse avvenire, non ci sarà un semplice rimprovero, ma la sospensione dell’amore.
Tale schema resta identico negli anni, “modernizzandosi” solo nella forma.

Nell’adolescenza esso si può riassumere così: «Va e sii libero ma all’interno delle aspettative che ho su di te». Il bambino cresce in una gabbia invisibile, dove riceve amore-aria-stima dalla madre; se ne esce, percepisce un “embargo” affettivo. In breve, la mamma “mette il muso” e lui sente di non ricevere più aria/amore.
La gabbia è soffocante, ma in fondo in essa si sopravvive; il problema è quando se ne esce: lì l’asmatico sente di poter soffocare davvero.
Poiché tutto questo meccanismo è inconscio, ecco il corpo a “risolvere” la questione: ogni volta che il bambino o il ragazzo, a volte anche l’adulto, vuole fare una scelta autonoma, si riattiva l’arcaica paura di essere deprivati dell’aria, cioè della mamma, e la crisi scatta per tenere dentro quanta più aria possibile. Ciò ovviamente impedisce l’ingresso di altra aria e crea la sensazione reale di soffocamento. Nell’inconscio di queste persone si crea l’equivalenza “fare scelte autonome = rischiare di morire”, e in effetti la crisi d’asma non curata può talora essere letale.